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Cronaca

Cercavamo l'Islam autentico, ma non abbiamo mai aderito a gruppi combattenti

Lara Bombonati, in carcere con l'accusa di terrorismo internazionale, ha parlato davanti alla Corte d'Assise del tribunale di Alessandria. Ha ricostruito gli anni dalla conversione, con il marito Francesco, alla cattura in Siria: prigioniera per due mesi, ho subito violente psicologiche e fisiche
CRONACA – Dalla conversione all'Islam alla prigionia in Siria. Lara Bombonati, oggi 28enne, ha parlato davanti ai giudici della Corte d'Assise del tribunale di Alessandria, dove è sotto processo con l'accusa di appartenere a cellule terroristiche islamiche. Ha reso dichiarazioni spontanee, parlando con una voce sottile, più volte interrotta dalle lacrime quando ricorda il marito Francesco Cascio, del quale ha perso le tracce dalla fine del 2016, mentre si trovavano in Siria.
Non abbiamo mai aderito a gruppi di combattenti. Non ho collaborato con nessun gruppo, non ho avuto contatti con organizzazioni, non ho fatto da staffetta, non ho ricevuto incarichi per consegnare documenti”, dice respingendo le accuse. “Gli unici documenti che volevo recuperare, andando dalla Siria alla Turchia, erano i miei, per poter tornare il Italia, dalla mia famiglia”.

La conversione
Lara, in aula, ha confermato quanto già aveva detto durante i primi interrogatori: conosce Francesco in un blog per persone in difficoltà emotiva, autolesioniste. “Ci siamo incontrati a Milano e da quel momento non ci siamo più lasciato. Dicevano tutti che eravamo una bellissima coppia”.
Francesco le parla dell'Islam e la convince a leggere il Corano, nonostante le perplessità iniziali della ragazza. Ma anche Lara, una volta iniziata la lettura, ne resta “colpita”. L'Islam che la coppia vuole professare è quello “autentico”, dice. Nel 2011 si convertono, in una moschea di Mazzara del Vallo. Lei prende il nome di Khadija, lui Muhammad. Racconta di aver subito discriminazioni in Italia per la loro scelta, anche in uffici pubblici. “Decidemmo di andare in Turchia, perchè in Italia eravamo discriminati. Io quando ricevevo offese mi sfogavo suoi sociale, insultando chi mi insultava, anche se lui mi diceva di non farlo”. Avrebbero voluto andare in Arabia, o in Nord Africa, per “professare l'islam autentico”. Invece, “si presenta l'occasione per andare in Turchia”, racconta Lara, dove però “non è andata meglio, è un paese laico, era come in Italia”.
Francesco inizia a “non stare bene, a soffrire di disturbi ossessivo compulsivi”. Era ossessionato – dice sempre la ragazza nel corso delle dichiarazioni spontanee – dall'obbligo di avere documenti, dalla patente alla carta di identità. “Era convinto che nelle zone di guerra, dove c'è un governo instabile, sarebbe stato meglio”.
Francesco decide quindi di andare in Siria: “io non ero d'accordo, perchè i luoghi di guerra non sono adatti per costruire una famiglia racconta lei - Ma sapevo che lui sarebbe partito lo stesso e io l'ho seguito. Avevo il timore che sarebbe successo qualcosa, che avrebbe avuto bisogno di aiuto, perchè non era lucido. Seguirlo era il male minore”. Prima di partire dalla Turchia, Francesco avrebbe avuto un diverbio per motivi religiosi con altri giovani che lo accusavano di appartenere ad una setta. “Ci avevano presi di mira”.

Il viaggio in Siria e la prigionia
In Siria, la coppia - racconta sempre Lara – non ha contatti con nessuno: “vivevamo isolati, uscendo solo per fare la spesa. Non ci siamo mescolati con loro (i siriani)”. Fino a quando un gruppo armato non fa irruzione nell'alloggio dove vivevano. “Quattro uomini armati sono entrati in casa, ci hanno legati e ci hanno separati. E' stata l'ultima volta che ho visto mio marito”. Lara racconta della sua prigionia inflitta da Abu Munir, l'uomo che secondo gli inquirenti sarebbe il legame tra la coppia e le cellule combattenti. “Non ho scelto io di conoscerlo”, dice però la ragazza. Lui l'avrebbe tenuta prigioniera, legata e sottoposta a violenza psicologica, oltre che fisica: “mi minacciava con la pistola, era violento, sfogava la sua rabbia su di me ed ha abusato di me”. C'erano però alcuni momenti “in cui sembrava più tranquillo”. E così Lara riesce a convincerlo di lasciarla andare in Turchia, a riprendere i suoi documenti. Ma viene fermata sul confine e, quindi, imbarcata per l'Italia, dove viene arrestata sei mesi dopo l'arrivo.


Il ritorno in Italia, senza il marito
“Ero sconvolta. Ho tentato di prendere i contatti con Abu Munir solo per sapere dove era mio marito. Mi ha detto che era stato ucciso durante una irruzione della polizia dove era prigioniero. Lui era la mia vita. Non l'ho detto subito, ci ho messo dieci giorni prima di rendermene conto”.
Lara riesce a parlare della prigioniera e delle violenze subite sono sei mesi dopo, durante i colloqui con una psicologa in carcere.
Il tribunale ha acconsentito di sottoporla ad una perizia psichiatrica per stabilire se all'epoca dei fatti era in grado di intendere e di volere. Il perito, incaricato oggi, riferirà in aula il prossimo 12 aprile. Intanto il 26 marzo saranno ascoltati altri testimoni che dovranno cercare di ricostruire il quadro completo della situazione.
 
11/03/2019
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