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Serravalle Scrivia

Il pittore della realtà e dei semplici: mostra antologica di Emilio De Brevi

Emilio De Brevi affondava tutto se stesso nella realtà della vita con la propria arte. Fu uno dei più importanti rappresentanti locali del neorealismo in pittura e una bellissima mostra antologica lo ricorda a Serravalle Scrivia, presso le sale dell'ex caffè Roma, fino al 7 gennaio
















 
"Quei di casa mia dicono che, per trovarmi quando dipingo dal vero, bisogna cercarmi in luoghi ove è d’uopo stare con i piedi nelle pozzanghere…" (Nino Costa)

SERRAVALLE SCRIVIA – Come uno dei grandi rappresentanti del realismo italiano, stare con i piedi nelle pozzanghere sembra essere la cifra distintiva di Emilio De Brevi, che affondava tutto se stesso nella realtà della vita con la propria arte. Fu uno dei più importanti rappresentanti locali del neorealismo in pittura e una bellissima mostra antologica lo ricorda a Serravalle Scrivia, presso le sale dell’ex caffè Roma, fino al 7 gennaio. 

Il neorealismo di De Brevi è peculiare nel contesto italiano, distanziandosi dalle sperimentazioni e dalle forti influenze del cubismo e delle avanguardie del Novecento, che avevano mutuato i suoi colleghi più noti come Sassu, Vedova o Turcato. De Brevi affonda direttamente alla fonte ispiratrice seminale del neorealismo, che fu il realismo socialista. Il modo di strutturare alcune sue composizioni, scene corali che rappresentano importanti eventi di attualità socio-politica, ("Funerale di Togliatti", 1973), l’interesse per il mondo contadino e il mondo operaio. La concezione di un’arte che incontra il popolo e di un pittore che si sente vicino agli ultimi, alla vita quotidiana della strada.

“Arte é lavoro(...) L'artista che non vuole essere interprete sempre più fedele e sentito da un numero di simili- dice De Brevi- che diventi sempre più grande, non può dire di fare dell'arte, non esprimendo l'arte che i semplici attendono e che con la loro sensibilità suggeriscono. I semplici non imparerebbero i termini scientifici se in cambio si dovesse rinunciare all'emozione. Non conoscono la musica ma, sentito un suono che li ha emozionati, se non sanno dire la nota, esprimono ciò che hanno sentito. I semplici hanno questa disposizione e sarebbero grandi molto prima dei difficili “virtuosi” insensibili che, abbandonando la spontaneità, hanno perduta la disposizione all'arte”.

Parla di socialismo e cultura citando Gramsci: “ Bisogna disabituarsi e smettere di concepire la cultura come sapere enciclopedico, in cui l’uomo non é visto se non sotto forma di recipiente da riempire e stivare di dati empirici, di fatti bruti e sconnessi che egli dovrà incasellare nel suo cervello, come nelle colonne di un dizionario per poter poi in ogni occasione rispondere ai vari stimoli del mondo esterno.(...) La cultura è una cosa ben diversa. È organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico,la propria funzione nella vita, i propri diritti e propri doveri”.

Importante l'influenza di Cezanne e del suo impressionismo degli anni '20, per il cui tramite mutua l’impasto corposo di Courbet e la concezione della pittura come operazione che non riproduce ma produce una sensazione. Pennellate che operano un'indagine della struttura della realtà (alberi, luci, volti) e sono esse stesse costruttive di forme. Questa propensione attiva verso l'oggetto rappresentato rende la sua pittura animata da una misurata ma concreta e costante impronta espressionista. Nella consapevolezza che dove l’impressione è un’azione dell’esterno verso l’interno, l’espressione è un movimento contrario, in cui è il sé dell’artista a imprimersi nella realtà.
E in De Brevi il misurarsi con la realtà è sempre un dialogo tra l'impressione che egli riceve dalle cose e l'impronta emotiva che egli alle cose restituisce.

In fin dei conti l'espressionismo non è altro che figlio e superamento dell'impressionismo stesso e le radici stilistiche e concettuali di De Brevi sembrano radicarsi nella grande tradizione del verismo
italiano e, in particolare, in quella rivoluzione della macchia che fece grande la pittura italiana dell’800 e che fu la controparte dell’impressionismo francese. Una rivoluzione che, per il suo carattere democratico, che intendeva superare le divisioni regionali della pittura dell’epoca, sembra vibrare esattamente degli stessi valori di De Brevi, che supera le divisioni nazionali e si interessa delle condizioni di miseria, dolore, sfruttamento di tutto il mondo, in opere come "Bimbi", "Scuola", "Blues", "Africa".

Dove, se non nella grande rivoluzione della "macchia", si possono rintracciare le origini di quella scomparsa della “linea” e di "disegno" che lascia libera la pittura di costruire le sue forme con un
brulicare di pennellate e di colori che, con straordinaria sensibilità cromatica, formano volumi, luci eccezionalmente vivide, cieli che sembra si muovano nel turbinio dei flutti aerei e delle nubi? I suoi quadri sono pennellate di colore e luce che catturano quel momento di grazia in cui la realtà che si agisce, diventa icastica e può essere fermata come in uno scatto fotografico memorabile. Vengono in mente i grandi reportage fotografici del secondo Novecento, come nello straordinario olio intitolato "Mamma vietnamita”, del 1972. Un modo di dipingere che elimina l’importanza dei contorni e fonda tutta la sua forza sull’analisi, punto per punto, della luce e dei colori e della loro resa attraverso la matericità delle pennellate sulla tela.

La “verità” stilistica non può essere disgiunta nel nostro dalla “verità” dei temi, che raccontano in modo forte e emozionante il presente. Con quella forza emotiva che trascina lo spettatore a volersi coinvolgere nelle vicende esistenziali dei personaggi dei quadri, fino a farsi carico della loro sofferenza e a sviluppare dentro di sé una maggiore sensibilità e responsabilità civile ed umana che costituiscono, in ultima analisi, il messaggio principale di Emilio De Brevi.
2/01/2018
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