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Opinioni

Fare il turista ad Alessandria

La splendida Madonna lignea tornata a Santa Maria di Castello e la lectio di Fulvio Cervini spingono a guardare con altri occhi la città in cui viviamo
OPINIONI - Chiesa di Maria di Castello. Bella e accogliente, ricca di sorprese e di una sacralità minimalista ma non austera dopo un restauro che ne lascia leggere la lunga e complessa storia senza autoritarismi e senza cancellare del tutto anche le fasi più recenti del suo lungo percorso. Interno giorno. Un gruppetto di persone con il naso in su e il telefono impostato sulle foto si ritrova a ruotare intorno alla statua della Madonna.

Tutti alessandrini, con ancora nelle orecchie la scoppiettante lectio di Fulvio Cervini durata un’ora ma che poteva andare ancora avanti e nessuno si sarebbe sognato di sbadigliare. Questo gruppetto di alessandrini prova, come acutamente dice una di loro, l’esperienza di fare il turista nella propria città. La grigia Alessandria, con l’unica squadra di calcio che in Europa abbia grigia anche la maglia dei propri giocatori come ha scherzosamente ricordato Cervini, sembra lontana.

Ciò che brilla ai loro occhi in quel momento è invece la bellezza ammantata di mistero di una statua lignea policroma della Madonna Assunta in cielo. Che è stata lì, in quella chiesa, prima in sacrestia poi nell’abside per decenni, per secoli anzi e vi torna dopo un sapiente restauro eseguito da Eugenio Gritti, sotto la sorveglianza della Soprintendenza per i Beni Artistici, Storici e Antropologici del Piemonte e in collaborazione con l’Ufficio Beni Culturali della Diocesi. Un restauro promosso dalla Consulta per la valorizzazione dei beni artistici nell’alessandrino che, come ha ricordato il suo presidente Piergiacomo Guala, si appresta a riconsegnare alla città dopo i lavori di recupero, anche la bella chiesa di San Giovannino in corso Roma.

Quei turisti nella propria città ammirano e fotografano l’audacia barocca del panneggio dell’abito della Madonna, svolazzante e damascato con contrasti di colori tra il rosso e il blu che farebbero impazzire Jean Paul Gaultier, i visini degli angeli pettinati quasi alla moda del charleston e, impareggiabili, le nuvole che sembrano dipinte da Domenico Gnoli.  Quei turisti hanno appreso che nulla si sa dell’autore, che l’opera è stata studiata alla fine degli anni ’90 per la prima volta da Carlenrica Spantigati che ne scrive nel volume monografico sulla chiesa pubblicato dalla Cassa di Risparmio di Alessandria.

Destinata molto probabilmente per l'altar maggiore di questa chiesa, non era un gruppo processionale; il suo linguaggio mostra di conoscere qualcosa della migliore scultura barocca genovese del terzo quarto del seicento (Puget, Parodi), ma mostra anche un forte controllo della forma, che difficilmente troveremmo in una scultura genovese. Quindi autore con ascendenze lombarde. Suggestivo credere che l'opera sia stata fatta proprio ad Alessandria, intorno al 1660-70 – precisa Cervini. Ma la storia delle botteghe alessandrine di quegli anni è tutta da scrivere. Della famiglia Chiara si comincia a sapere qualcosa di stabile a inizio Settecento. Grazie al restauro di Eugenio Gritti la statua ha recuperato la brillantezza della doratura e della veste policroma: segno che il suo autore voleva suggerire confronti sia con l'oreficeria, sia, forse soprattutto, con i tessuti coevi.

Questo ha raccontato Fulvio Cervini, inanellando supposizioni e collegamenti tra le parrocchiali di mezzo Piemonte con l’approccio dell’investigatore che mette insieme, come faceva Federico Zeri, polittici smembrati e gruppi lignei separati e lontani, ipotizza ricongiunzioni virtuali e fa vivere la storia dell’arte della propria città e dei luoghi che la circondano come un avvincente romanzo corale da continuare a scrivere in cui non mancano i personaggi e le storie si fanno sempre più interessanti man mano che qualcuno le estrae dalla nebbia dietro la quale si sono nel tempo nascoste.
26/06/2015
Maria Luisa Caffarelli - redazione@alessandrianews.it
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