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Lettere al direttore

Riapriamo le case chiuse? Riaccendiamo il cervello prima di parlare!

Ritornare al passato vorrebbe dire accettare il presente e non risolvere un problema. Vorrebbe dire certificare lo sfruttamento che oggi vivono le donne portate sui marciapiedi chiamandolo lavoro; vorrebbe dire acclamare quali imprenditori quelli che oggi non abbiamo esitazione a chiamare criminali
LETTERE AL DIRETTORE - Caro Direttore,
Lo scorso 16 gennaio il leader della Lega, Matteo Salvini, ha riproposto al dibattito nazionale il tema della riapertura delle case chiuse. Oggi l'avv. Bongiorno di nuovo arringa a favore di questa tesi. Così eccoci a dover sentir parlare di un tema delicato come bastasse per affrontarlo un’insalata di toni pittoreschi, indignazione, ordine e disciplina, e celodurismo padano.

Gli slogan del presente ci raccontano il nostro tempo, di come la nostra società viva di generazioni che hanno dimenticato cosa è stata la realtà delle case chiuse e di altre non hanno voluto studiare per capire, ma si senta sicura nel parlare dell’esperienza vissuta guardando le vetrine ritratte in qualche foto dei quartieri rossi del nord Europa. Eppure, parte della memoria delle case chiuse è ancora viva nelle nostre città. Ancora oggi gli alessandrini sorridono dicendo che il buon Rattazzi in piazza della Libertà indicasse con il suo dito non tanto un solare orizzonte ma il più vicino bordello. Al di là della chiacchera, però, col passare dei decenni è stato rimosso il ricordo della quotidianità di cosa fossero quelle stanze e di come vivessero quelle donne, di cui ci restano foto e racconti di vita: storie di miseria, di ragazze tradite dalla speranza di un riscatto sociale, di malattia, violenza e incertezza.

Le case chiuse non erano pizzi e merletti, profumi e sofisticate fantasie. Per lo più erano realtà di squallore, sporcizia, estrema indigenza. La legge Merlin volle portare alla fine quel mondo, voleva un riscatto sociale, un impegno dello Stato nel dare nuove possibilità, in primo alle donne rese oggetto. È vero, sessant’anni sono passati e questo desiderio non è stato mantenuto.

Nei mesi scorsi, alcuni articoli usciti sulla stampa locale ci hanno puntualmente restituito il quadro di una società che non ha mantenuto le promesse. Le giovani di oggi potranno venire da lontano, ma le loro storie sono le stesse di fronte alle quali il Parlamento, nel 1958 disse basta.
Dopo sessant’anni di nulla, il meccanismo di degrado e violenza che sostiene e propelle la prostituzione è cresciuto, si è rafforzato. Ritornare al passato vorrebbe dire accettare il presente e non risolvere un problema. Vorrebbe dire certificare lo sfruttamento che oggi vivono le donne portate sui marciapiedi chiamandolo lavoro; vorrebbe dire acclamare quali imprenditori quelli che oggi non abbiamo esitazione a chiamare criminali.

Vogliamo veramente dare una risposta alla prostituzione? Vogliamo davvero sicurezza nelle nostre città? Piantiamola con gli slogan da bar. Impegniamo lo Stato a capire e a dare garanzie alle ragazze che vogliono scappare dal mondo della prostituzione. Garantiamo la possibilità di una dignità. Poi e, solo poi, potremo permetterci di affrontare il tema della regolamentazione della prostituzione senza sentire la vergogna di non star facendo una semplice cosa. Essere umani.
22/01/2018
Michele F. Fontefrancesco - redazione@alessandrianews.it
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