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Opinioni

Ciliegi in fiore

Un film delicato, gentile, sulla persistenza dei sentimenti, persino al di l della vita: un viaggio intimista, in bilico tra allegria e malinconia, nelle mille sfaccettature di un rapporto di coppia, dalla Germania al Giappone, dove fioriscono i ciliegi
 OPINIONI - Doris Dorrie, oltre che regista anche scrittrice di successo e sceneggiatrice è nota in Italia per il film “Männer” (“Uomini”), che nel 1985 ha totalizzato soltanto in Germania più di 7 milioni di spettatori, rimanendo per lungo tempo in cima alle classifiche in quanto a gradimento di pubblico.  Con “Uomini” Doris Dorrie ha vinto il German Film Prize e il Goldene Leinwand, approdando anche in America per girare “Me and Him”, l'adattamento del romanzo di Alberto Moravia “Io e lui”, che le è valso ancora una volta il Goldene Leinwand.

Con “Ciliegi in fiore”, presentato al 58esimo Festival di Berlino e facente parte della rassegna “Acit Film Forum 2019: Registe”, la Dorrie concentra l’attenzione sulla vita di un’anziana coppia di coniugi, Trudi (Hannelore Elsner, una delle protagoniste, nel 1973, di “Viaggio a Vienna” di Edgar Reitz) e Rudi (interpretato dal bravissimo Elmar Wepper, già al centro della narrazione di “Tre quarti di luna” di Christian Zübert), che conducono la loro tranquilla esistenza in una piccola cittadina tedesca.

Come spesso accade, i figli, ormai cresciuti, sono lontani, immersi nelle proprie attività ed esistenze. La regista descrive con precisione il lento scorrere del tempo, la metodicità con cui iniziano e si concludono le giornate di Trudi e Rudi: lei cura la piccola casa, ornata di cineserie, lui ogni mattina prende il treno delle 7.28, accompagnato dallo sguardo del medesimo gatto solitario, per andare in città a lavorare in un ufficio del comune che gestisce la spazzatura.

Il teaser, il cosiddetto “gancio” narrativo messo in atto dalla Dorrie consiste in una notizia sconvolgente, che induce Trudi a progettare un viaggio che nasce in Germania (destinazione le dimore dei figli primogeniti) e che avrà modo di concludersi molto più lontano, in Giappone.

Nel mezzo, il senso di solitudine e di smarrimento provato dai due al cospetto di figli oramai estranei e sordi alle loro esigenze, il vagabondaggio attraverso i luoghi (sino al parziale approdo in un albergo sul Mare del Nord), la ricerca di un senso del vivere - soprattutto per quanto riguarda Rudi - dell’amare a dispetto dell’età, delle fragilità, perché il tempo non riesce a scalfire la coriacea scorza dei sentimenti.
C’è, nel film, anche il senso di emozionante, sorprendente e insieme dolorosa scoperta dell’Altro, delle sue passioni, di quei piccoli segreti spesso tenuti nascosti anche allo sguardo di chi amiamo.

Si tratta del viaggio iniziatico (anche se tardivo) di Rudi, sulle tracce - tutte orientali - della moglie, e della danza Butoh dai lentissimi movimenti che lei prediligeva in gioventù. Spesso, il segreto di un’anima si cela nelle piccole cose, nei gesti minimi, quasi invisibili.

Tokyo (il film vuole essere anche un omaggio alla magnifica storia raccontata nel capolavoro del 1953 di Yasujirō Ozu, “Viaggio a Tokyo”, appunto) è una città caotica, affollata eppure densa di abbandoni e solitudine: ha un doppio volto, un cuore misterioso, come quello di Trudi.

Il processo di identificazione con la moglie da parte di Rudi è totale, simbiotico: dall’indossare i suoi abiti, al ricomporli sul letto matrimoniale, al cercare con deliberata insistenza la mano di lei.

Per carpire veramente il segreto di Trudi e, di conseguenza, ritrovarla, Rudi dovrà, però, lasciarsi guidare da una giovanissima danzatrice giapponese di Butok, con la quale andare ad ammirare lo spettacolo del Monte Fuji e quello, altrettanto magico, dell’Hanami, letteralmente “guardare i fiori”, contemplare la poetica fioritura dei ciliegi primaverili.

E’ proprio nel perpetuo succedersi delle stagioni, nella manifestazione ciclica del risveglio della natura dopo il sonno invernale che Rudi, come ciascun essere umano, può giungere a dare un senso anche alla propria parabola di vita, senza timori: il sentimento amoroso, come la rappresentazione cinematografica, sono ottimi viatici per l’eternità.

Regia: Doris Dörrie

Sceneggiatura: Doris Dörrie

Fotografia: Hanno Lentz

Montaggio: Inez Regnier

Musiche: Claus Bantzer

Produzione: Majestic Filmproduktion
9/03/2019
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