Versione stampabile   Invia articolo a un amico   Scrivi alla redazione
Novi Ligure

Naufragio del Macallè, grazie ai diari di Ferrando trovata la tomba dell'unica vittima

Stanno per tornare a casa dopo 77 anni: le spoglie di un marinaio italiano morto nel naufragio del sommergibile Macallè, sono state recuperate e sono in procinto di essere trasferite in patria. Merito anche dell'interessamento del novese Mario Ferrando, figlio di un membro dell'equipaggio della sfortunata imbarcazione
NOVI LIGURE – Stanno per tornare a casa dopo 77 anni passati nella terra di un isolotto del Sudan: le spoglie di Carlo Acefalo, un marinaio morto durante la Seconda Guerra mondiale nel naufragio del sommergibile Macallè, sono state recuperate e sono in procinto di essere trasferite in Italia. Merito anche dell’interessamento del novese Mario Ferrando, figlio di un membro dell’equipaggio della sfortunata imbarcazione.

Mario Ferrando, oggi 65 anni, era un giovane trentenne quando nel 1983 va in televisione a raccontare l’epopea del Macallè. Era stato chiamato da alcuni commilitoni del padre, che volevano lanciare un appello alle autorità italiane affinché recuperassero la salma del sottocapo silurista Acefalo. Davanti alle telecamere di Portobello, la popolare trasmissione tv condotta da Enzo Tortora, Ferrando mostra i diari del padre – morto vent’anni prima, nel 1963 – in cui si racconta la terribile esperienza del naufragio: «Mio padre ha scritto di quei giorni di sofferenze e di dolore, è tutto riportato. Forse è stata un’àncora di salvezza alle pene e agli stenti».

Già, perché a bordo del Macallè, come radiotelegrafista, si trovava Giovanni Battista Ferrando. Vent’anni non ancora compiuti, Ferrando si ritrovò catapultato insieme ad altri 44 marinai in un inferno di caldo e di sete. A causa di un’avaria all’impianto di condizionamento, sul sommergibile da 700 tonnellate si sprigionò una perdita di cloruro di metile che provocò l’intossicazione di tutto l’equipaggio. Sostanzialmente priva di pilota, l’imbarcazione si incagliò: dopo aver inutilmente provato a salvare il Macallè, il capitano fece sbarcare l’equipaggio sull’isolotto di Barra Mousa Khebir, nel Mar Rosso, e poi ordinò l’autoaffondamento del sottomarino.

Era il 15 giugno del 1940. I militari italiani avevano appena qualche galletta per sfamarsi, e pochissimi litri di acqua potabile. L’isolotto situato di fronte alle sponde del Sudan era deserto, non aveva fonti di approvvigionamento idrico e non c’era modo di inviare un sos. Tre marinai usano il battellino di emergenza per andare sulla terraferma a chiedere aiuto. Ci vogliono sette giorni perché qualcuno arrivi a portare gli uomini del Macallè via da quell’inferno. Nel frattempo però Carlo Acefalo, già provato per l’intossicazione, muore e viene seppellito sull’isola.

«Nell’83 andai volentieri a Portobello con alcuni commilitoni di mio padre, che avevano preso a cuore la vicenda del marinaio Acefalo. Nonostante il rilievo mediatico, però, il ritorno in patria della salma non venne mai portato a termine», ricorda Mario Ferrando. Nel frattempo, la preziosa testimonianza storica contenuta nei diari di suo padre Giovanni Battista diventa un libro dato alle stampe nel 2002: “Marinai in guerra: diari di tre ventenni (1940-45)”, a cura di Guido Alfano.

Poi di nuovo il silenzio fino a quando un paio di anni fa Mario Ferrando viene contattato dal regista italo-argentino Ricardo Preve: l’autore di film e documentari, collaboratore di National Geographic, Discovery Channel e Rai, ha sentito parlare del Macallè durante una spedizione in Sudan per alcune riprese subacquee. Preve si informa, raccoglie testimonianze (fondamentale proprio quella del diario di Ferrando), sbarca a Barra Mousa Khebir dove individua la tomba di Acefalo. Ma non tocca nulla: bisogna seguire le vie ufficiali. Il regista così dà vita al docufilm “Tornando a casa”. A cui mancano solo le ultime riprese: quelle della traslazione della salma di Carlo Acefalo al suo paese natale di Castiglione Faletto, in provincia di Cuneo, dove la mamma l’ha aspettato fino al 1977.

Madre e figlio riposeranno vicini, finalmente riuniti. Pochi giorni fa, lunedì per l’esattezza, la salma di Carlo Acefalo è stata recuperata dalle sabbie di Barra Mousa Khebir da una delegazione italiana e – avvolta dal tricolore navale – è stata affidata ufficialmente alle autorità sudanesi, che poi la consegneranno al nostro governo. Dopo 77 anni, è stata quasi scritta la parola «fine» su questa storia che oggi conosciamo anche grazie alla testimonianza di Giovanni Battista Ferrando e alla tenacia di suo figlio Mario.
12/10/2017
Versione stampabile   Invia articolo a un amico   Scrivi alla redazione


 
blog comments powered by Disqus



Il gioiello di Cerreto
Il gioiello di Cerreto
Intervista a Marco Lodola e Giovanna Fra all'inaugurazione della loro mostra "Se Stasera Siamo Qui"
Intervista a Marco Lodola e Giovanna Fra all'inaugurazione della loro mostra "Se Stasera Siamo Qui"
Gavazza, 65 anni di lavoro
Gavazza, 65 anni di lavoro
Bike Passion
Bike Passion
Villalvernia ricorda le bombe
Villalvernia ricorda le bombe
Amaldi, il plauso del ministro
Amaldi, il plauso del ministro
Enzo Paci a SettimoCielo
Enzo Paci a SettimoCielo