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Opinioni

Paolo VI, oltre la “falange di Cristo Redentore”

Domani sarà canonizzato Paolo VI; l’occasione suggerisce un ritorno alla sua vicenda, dal punto di vista della storia della Chiesa e in considerazione della centralità di un personaggio troppo dimenticato dall’opinione pubblica anche cattolica

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OPINIONI - Domani sarà canonizzato Paolo VI; l’occasione suggerisce un ritorno alla sua vicenda, dal punto di vista della storia della Chiesa e in considerazione della centralità di un personaggio troppo dimenticato dall’opinione pubblica anche cattolica. Letteralmente rimosso dalla vulgata, orientata alla enfatizzazione del suo predecessore (Giovanni XXIII) e del suo successore (Giovanni Paolo II, Luciani ebbe esperienza pontificale troppo breve), viene tuttavia ripreso da interventi di notevole valenza storiografica, almeno da un decennio a questa parte.

Cercherò di proporre una schematica sintesi di eventi essenziali che hanno marcato un secolo di storia della Chiesa in cui la figura di Montini contribuì a una cesura epocale nella stessa ecclesiologia e, nel contempo operò per una presenza democratica dei cattolici nella vita politica della nazione italiana. Se dovessimo riferirci a un termine “a quo” e uno “ad quem” potremmo scegliere o la pubblicazione del Sillabo (1864) che esplicita senza riserve la condanna della libertà religiosa e la “Dignitatis Humanae” (1965) con cui il Concilio, auspice Montini, definisce i termini di tale libertà; oppure la morte di Pio IX (1878) e quella di Paolo VI (1978): un secolo esatto, definito da qualche storico della Chiesa, “secolo dislocato”, in ovvia simmetria col “secolo breve” di Hobasbwm.

L’acquisizione e il giudizio sono unanimi: alla morte di papa Mastai la Chiesa era isolata dalle culture, dalle istituzioni e dalle opzioni politiche della modernità. Arroccata sulle proposte del Vaticano I, ma in effetti sulle spinte reazionarie di Pio IX circa l’infallibilità pontificia, l’Istituzione ecclesiastica si riteneva società perfetta, giuridicamente gerarchica, impossibilitata a riformare se stessa, neppure per esigenze pastorali. Tuttavia non manca chi ha colto nelle stesse componenti ecclesiali più avvertite di quel periodo storico, una sensibilità spirituale aperta al mondo e alla storia. Colpisce un’osservazione di Rosmini risalente al 1848, in cui si richiama il dovere dei vescovi di predicare il Vangelo, si stabilisce il primato dello spirituale e si considera transeunte ogni altra priorità politica e istituzionale; colpisce anche che proprio Paolo VI nel 1973, in occasione del centenario della morte di Alessandro Manzoni, abbia richiamato la predica di Padre Felice nel lazzaretto; in essa il frate parla di un Vangelo aperto al mondo di una Croce che, aiutata dalle beatitudini cammina nella storia degli uomini, al di sopra delle parti e delle fratture dell’umanità. Già qui si colgono i caratteri delle opzioni di Montini; va detto, in ogni caso che Rosmini e Manzoni, cristiani autentici, non erano certo in sintonia con la Chiesa del Sillabo.

Il primo tentativo di superare, almeno sul piano del magistero, l’isolamento ecclesistico del 1878, va imputato a Leone XIII, sia per quanto attiene l’origine divina del potere, sia per la scelta delle forme di governo: valutate con “indifferenza” da parte della Chiesa, e non più arroccate sulla preferenza dell’assolutismo, davano spazio anche alle proposte democratiche, tanto più che, fatta salva l’origine divina del potere, la relativa gestione poteva avvalersi del consenso delle élite politiche e sociali. Soprattutto però si fecero presente nel pensiero di Leone una sensibilità sociale resa esplicita nella “Rerum Novarum” e la promozione dell’intervento a favore del popolo (“actio benefica in populum”) da parte dei cattolici organizzati.

Il tentativo di papa Leone fu stoppato dalla lotta al “modernismo”, ma nel corso della prima metà del  secolo ventesimo si riprese e enfatizzò la dimensione giuridico/istituzionale della Chiesa società perfetta, in opposizione ai totalitarismi di Stato. Si potrebbe dire che al totalitarismo delle istituzioni statuali (comunismo, nazismo e, per certi aspetti, fascismo) si affiancò per simmetria un totalitarismo ecclesiale, sia pure per ostacolare e combattere le gravi offese ai diritti della Chiesa e della persona umana perseguita dai totalitarismi laici. La Chiesa si propose come organismo compatto, il laicato organizzato come “falange di Cristo redentore”, i laici delle organizzazioni cattoliche “arditi (!) della fede”, fino alla scelta di un linguaggio di scontro bellicoso e pugnace, appena moderato dalle scelte concordatarie spesso più ambigue che ambivalenti.

Qui Montini è presente come formatore di una mentalità diversa; si distingue sia da una pastorale spiegabile con il passaggio storico dei totalitarismi, sia da una devozione ostile a ogni opzione aperta alle ricchezze del Cristianesimo. Succede così che, già assistente della FUCI (universitari cattolici) e dei Laureati di Azione Cattolica viene sollevato da tali incarichi e non già o non solo per le sue riserve sul regime fascista, ma per una scelta di formazione della futura classe dirigente cattolica (Moro, Lazzati, Dossetti, La Pira…) sui testi biblici, sulle grandi correnti delle stesse Chiese riformate e sulle proposte democratiche che si andavano profilando in Europa in contrapposizione alle vicende dei totalitarismi.

L’idea di una Chiesa gerarchicamente istituita e ritenuta società perfetta non venne meno con Pio XII, anche se con la “Mystici corporis” del 1943, papa Pacelli sembrò rimuovere le componenti esclusivamente giuridiche dell’Istituzione. Forse bisognerebbe recuperare l’importanza della presenza di Montini accanto a Pio XII, almeno fino al 1950 e riprendere un esame attento che, al netto delle vicende legate ai “silenzi” di Pacelli sulla Shoah, ponga in luce il moderato riformismo di questo pontefice; valga per tutto, al di là di una ecclesiologia fondata dalla “Mystici corporis”, l’interesse agli studi biblici “Divino Afflante Spiritu” (1943) e alla liturgia “Mediator Dei” (1947), tutti temi ripresi, sia pure in una prospettiva diversa, da un Concilio Vaticano II che fu si aperto da Giovanni, ma gestito in toto da Montini.  Sono convinto che si tratta di un percorso fortemente influenzato dal futuro papa Paolo, tanto che, quando dopo il 1950 l’influsso di Montini fu drasticamente stoppato dalla curia, il pontificato piano prese una piega di preoccupante chiusura ideologico/pastorale.

Nonostante lo schematismo che mi impongo, andrebbe anche sottolineato, che proprio negli ultimi anni della guerra, una classe dirigente cattolica andò precisando le proprie opzioni di un difficile percorso verso sbocchi democratici: una classe dirigente che deve la sua prima formazione a Giovanni Battista Montini.

Sappiamo come andò a finire; lo scontro di Montini con la curia, relegò il futuro papa lontano da Roma, ma l’elezione di Giovanni al pontificato ne marcò la ripresa con la nomina al cardinalato.

Quì si impongono alcune schematiche riprese. Papa Giovanni impose una svolta notevole su diversi piani. Propose un magistero essenziale, non pretese di indicare soluzioni ai più diversi aspetti della vita e della complessità moderna, accettò il moderno, nel senso che decise di accompagnarlo con la “medicina della misericordia”; disse esplicitando che voleva accompagnare gli uomini e i loro problemi come un fratello tra tutti gli altri e riprese, con interessante attualizzazione nel suo “Giornale dell’anima” le indicazione di Rosmini del 1848, affermò che il compito della Chiesa sta nel “predicare il Vangelo” evitando ogni contrapposizione di carattere politico. Questa scelta di una Chiesa missionaria e sganciata dai poteri anche legittimi dell’autorità civile, di una Chiesa libera da ogni temporalismo, parve allora un punto di non ritorno.

Ora papa Paolo, portando a termine il Concilio e anche dopo nel tentativo di proporne una sua ricezione, rafforzò la linea giovannea, sia pure con percorsi autonomi e definitivi.

Riassumo per titoli. Enfatizzò una ecclesiologia del popolo di Dio, contrapposta ad una dimensione guiridico/gerarchica, Promosse l’autonomia del laicato in campo politico riprendendo la proposta roncalliana del primato del religioso/evangelico come compito dei vescovi, introdusse una opzione a favore della collegialità episcopale col sinodo dei vescovi. Intervenuto sul relativo testo conciliare, durante il lavoro dell’Assemblea per un difficile compromesso, tuttavia volle recepirne una possibile moderata realizzazione. Soprattutto volle credere e operare per una Chiesa che non andava alla conquista di una storia ostile, ma di una presenza tra gli eventi umani, senza condanne aprioristiche. Certo lo fece con i toni della moderazione, indotti dalla dirompente esperienza della contestazione, ma cercando di capire. Tutto questo con una specifica attenzione alle culture profane e al mondo del lavoro, sempre preoccupato dei difficili rapporti, in prospettiva storica, della Chiesa con queste “realtà terrene”.

Ciò che successe dopo la sua morte, implicherebbe altri ragionamenti.

 
13/10/2018
Redazione Appunti Alessandrini - Agostino Pietrasanta - redazione@alessandrianews.it
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