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Novi Ligure

Pernigotti, la lunga agonia: 12 mesi di "cassa" e produzioni ad Arona

Scatta da oggi, per la durata di 12 mesi, la cassa integrazione per cessazione alla Pernigotti di Novi Ligure. Coinvolti 92 dipendenti, esclusi gli interinali. Parte delle produzioni trasferite ad Arona. Sette gli imprenditori che hanno presentato manifestazioni di interesse
NOVI LIGURE – Scatta da oggi, per la durata di 12 mesi, la cassa integrazione per cessazione, con finalità di «reindustrializzazione del sito produttivo». Sarà una lunga agonia quella di Pernigotti. Ieri a Roma è stata scritta la pagina più triste per l’azienda dolciaria novese. I fratelli turchi Toksoz, dal 2013 proprietari della Pernigotti, sono riusciti a fare quello che avevano in mente fin dal 6 novembre scorso: tenersi lo storico marchio, esternalizzare la produzione altrove e sostanzialmente chiudere la fabbrica di Novi.

Per i 92 dipendenti la prospettiva, dopo i 12 mesi di cassa integrazione, sono altri due anni di Naspi, l’indennità di disoccupazione. Poi chissà. Molti hanno già superato i cinquant’anni, un’età in cui è difficile ricollocarsi ma in cui si è ancora lontani dalla pensione. Otto dipendenti hanno accettato il trasferimento negli uffici di Milano, che rimarranno attivi per commercializzare i prodotti realizzati in Turchia e altrove in Italia, ma non a Novi Ligure. E poi ci sono gli interinali: per loro niente cassa, solo un periodo di disoccupazione variabile in base ai mesi lavorati.

Domani in stabilimento si svolgerà un’assemblea dei lavoratori: i sindacati illustreranno nel dettaglio quanto emerso a Roma. Dopodiché l’assemblea permanente in corso da ormai 90 giorni – tre mesi in cui gli uomini e le donne della Pernigotti hanno dimostrato a tutta Italia dignità e fermezza – sarà sciolta: anche questa, fin dall’inizio, era una delle richieste dei Toksoz. «Abbiamo un anno di tempo per salvare la Pernigotti e non passerà giorno che non cercheremo il modo di farlo», dicono Tiziano Crocco e Piero Frescucci, rispettivamente segretario provinciale della Uila-Uil e delegato Rsu della fabbrica.

Parte delle produzioni, intanto, si sposteranno alla Laica di Arona (Novara), dove verranno realizzati cremini, gianduiotti e ovetti. Le uova di pasqua si facevano già altrove così come le creme spalmabili (queste ultime sono made in Turchia). Il comparto dei semilavorati per gelateria sarà ceduto separatamente dal resto, portando a termine lo “spezzatino” che sancirà la fine della Pernigotti per come l’abbiamo conosciuta fino a ieri. L’azienda ha preso un unico impegno: «ricercare concrete possibilità di reindustrializzazione del sito di Novi Ligure attraverso il supporto dell’advisor Sernet, nominato lo scorso dicembre». Al tavolo al ministero del Lavoro è emersa la possibilità che la Pernigotti “faccia uno sconto” agli imprenditori interessati ad aprire una produzione nello stabilimento di Novi, tanto più consistente quanto più numerosi saranno i lavoratori riassunti.

Sempre da Roma è arrivata la notizia, confermata dal vicecapo di Gabinetto del ministero Giorgio Sorial, che per Pernigotti ci sarebbero 21 manifestazioni di interesse, «di cui 7 hanno avuto seguito in forma scritta». Quattro imprenditori hanno già effettuato sopralluoghi in fabbrica, gli altri tre lo faranno a breve. «Si tratta – ha detto Sorial – di soggetti italiani di medie dimensioni (cinque aziende, una cordata d’investitori e un investitore privato) che potrebbero garantire un assorbimento occupazionale iniziale tra le trenta e le cinquanta unità». Pochi comunque per i sindacati e per il primo cittadino Rocchino Muliere, che hanno manifestato insoddisfazione.
6/02/2019
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