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Società

Sagre di ieri e di oggi: tra tradizione e polemiche

Nate come momenti di festa collegati a celebrazioni religiose, sono diventate occasione di business. E i ristoratori parlano di concorrenza sleale. Anche perché sono sempre meno le sagre che propongono piatti veramente legati alla tradizione enogastronomica locale
SOCIETA' - In estate prende il via in pieno la stagione delle sagre. Oggi giorno non c’è città, paese, borgo o frazione che non ne abbia una. Ma quali sono le origini? La parola “sagra” deriva dal latino “sàgra” o “sàcra”: rito sacro. Le radici di questa tradizione affondano quindi nella religione. Spesso, però, erano vere e proprie feste popolari durante le quali si celebrava un avvenimento e, soprattutto, un raccolto o un prodotto. Inoltre, a volte, le sagre servivano come metodo di inclusione sociale negli anni in cui tante persone migravano dal sud al nord Italia.

Le sagre odierne sembrano aver perso questo legame con il passato, specialmente con il loro carattere religioso, sostituito principalmente da obiettivi economici. Oggi la maggior parte dei paesi organizza almeno un paio di sagre a stagione, alcune legate a un cibo tipico del territorio, altre a prodotti più “commerciali”, alcune nate negli ultimi anni, altre con alle spalle storie meno recenti.
In provincia di Alessandria una delle sagre più antiche è quella di Bacchetti, frazione di Silvano d’Orba. Qui già nel 1946 nasceva la Festa dell’uva organizzata dal Partito Comunista, diventata negli anni Festa dell’Unità prima e, nel 1966, Festa del Dolcetto, vino tipico di quelle zone.

Un’altra sagra di antica tradizione è quella delle fagionale a Rocchetta Ligure, paese dove si coltivava e si coltiva ancora oggi un fagiolo a semi bianchi che, da sempre, gli abitanti del luogo chiamano, appunto, “fagiolana”.
La sagra che si vanta di essere la più antica del territorio del novese, invece, è quella del Corzetto di Pasturana, che quest’anno organizza la sua 44° edizione. Nata nel 1973, quando un gruppo di 5/6 persone si riunì nella piazza del Comune a vendere frittelle, ha avuto da subito uno scopo benefico: sostenere l’asilo del paese, allora privato. Il successo riscosso ha fatto sì che negli anni diventasse un appuntamento fisso di due giornate, con il ballo serale e un menu sempre più ampio. Regolamentazioni fiscali e igienico sanitarie più stringenti hanno portato nel 1990 alla nascita della proloco, che è diventata l’ente organizzatore. Nello stesso anno la sagra si è fusa con un altro appuntamento storico del paese, il “Settembre pasturanese”, che comprendeva, e comprende tutt’oggi, una camminata di 6 km (12 in passato). Negli anni 2000 la manifestazione ha avuto più di una svolta: è decaduto il sostentamento all’asilo, diventato statale (anche se ancora oggi una parte dei proventi è destinata alla scuola), a malincuore si è reso necessario spostare la sagra dalla sua location storica a quella attuale presso il campo sportivo, che ha il vantaggio di strutture fisse, cucine e parcheggi più ampi. Ma il cambiamento maggiore è stato il collegamento ad un piatto tipico del territorio: il corzetto.

A Tassarolo, invece, quest’anno si organizzano l’edizione numero 21 della Sagra del Superagnolotto e Nibiö e la numero 37 della Sagra di San Rocco. Quest’ultima è nata negli anni ‘80 come momento per festeggiare i 950 anni della fondazione del Priorato di Tassarolo. All’epoca è stata organizzata una cena alla Soms, dove il piatto principale era l’agnolotto, con la sua ricetta tipica del nostro paese. Negli anni i partecipanti alla cena sono aumentati e, poco prima del 2000, gli organizzatori hanno deciso di spostare la sagra nell’attuale location del campo sportivo, molto più capiente. Il menu nel frattempo si è ampliato, offrendo altri piatti tipici del territorio. Da alcuni anni, però, viene di nuovo dedicata una serata di agosto ai soli tassarolesi, con una cena nei locali originari. Oggi la sagra è un momento importante per la Proloco per raccogliere fondi da spendere nel Comune, “in loco” appunto

A Francavilla Bisio la prima “Sagra del Raviolo” si svolse presso gli Spazi pubblici il 15 e 16 luglio 1989. Il successo del menù proposto fu stimolo per proseguire, di anno in anno, con l’appuntamento estivo con questo piatto tipico della tradizione culinaria locale e per decidere di replicare l’iniziativa in due diversi periodi dell’anno: a giugno con “Benvenuta estate” e a ottobre con la “Raviolata d’autunno” La notorietà raggiunta dall’evento ha fatto sì che Francavilla Bisio si possa definire “Capitale del Raviolo”, piatto a cui nel 2010 è stato conferito il marchio De.Co. (Denominazione comunale d’origine) a tutela della genuinità del prodotto.

Una sagra ormai storica, un po’ fuori dal territorio della zona novese, è quella del Sedano ad Alluvioni Cambiò. Qui quest’anno si festeggia la 40° edizione della festa basata sul rinomato sedano bianco, coltivato nei campi del paese ormai da generazioni.

Un altro appuntamento fisso per centinaia di persone è la sagra della Capra e della Fersulla, organizzata dalla proloco di Grondona, che quest’anno festeggia 31 anni. Anche la fersulla si fregia della denominazione De.Co. e, estate dopo estate, sono sempre di più gli amanti di questo piatto locale. Ma come è nata questa sagra? Si narra, ma la leggenda sembra comprovata da documenti storici, che Umberto I Re d'Italia si fosse recato in provincia di Alessandria per presenziare a una parata. Gli si staccò un bottone dalla divisa e venne chiamata una giovane sarta, originaria di Grondona appunto, che, per intrattenere il re, offrì lui una semplice frittella fatta con la pasta del pane. La frittella piacque molto al re, che volle ripagare la giovane Rosa Motto, con una moneta d'oro, ancora conservata dagli eredi della famiglia. La scena è anche ritratta in un quadro, anch'esso custodito dagli eredi. Da quel momento non si parlò più di fersulla per molto tempo, se non in paese, fino a quando la famiglia Garrone non chiese alle donne di Grondona, che custodivano gelosamente la ricetta, di cucinarla per loro. Da quel momento nacque la sagra che prosegue ancora oggi, con ben 250 i volontari impiegati a cucinare, impastare e servire e, anno dopo anno, sempre più persone che vi si recano per assaggiare questa specialità.

Un’altra sagra con alle spalle una storia e una stretta relazione con il territorio è sicuramente quella dei Rabaton a Litta Parodi, piccolo sobborgo di Alessandria con poco meno di 200 anime. Qui, da ormai 37 anni, le donne del paese custodiscono i segreti per cucinare i rabaton e ogni anno ne producono a migliaia.

Se prima, però, le sagre nascevano radicate nel territorio con prodotti legati al paese o alla zona di riferimento, adesso è facile trovare sagre che “stonano”. Basti pensare ai paesi che propongono la paella, tipico piatto della cucina iberica, oppure al fritto misto di pesce, quando da noi, al massimo, la tradizione parla del fritto misto piemontese o delle acciughe, importate dalla Liguria dagli “anciuè”, ovvero quei piemontesi che cercavano un lavoro alternativo durante la brutta stagione. Pensiamo anche alle diverse sagre dei funghi in una stagione che poco ha a che fare con la raccolta che avviene in autunno, oppure a quella del bufalo, specie non proprio autoctona. Si guardi anche alla diverse sagre della Nutella, al massimo non si dovrebbe fare quella della crema Novi?

Che si sia perso il verso senso delle sagre? Ma questo, vista l’affluenza, non sembra importare molto al pubblico visto che è disposto a fare file, anche lunghissime a volte, per mangiare alle manifestazioni.
Oggi sembra che le sagre perseguano in primis un fine economico. La concorrenza è forte non solo tra l’uno e l’altro evento, ma anche nei confronti della ristorazione.

È importante sottolineare che, rispetto al passato, gli aspetti organizzativi della sagra sono molto cambiati. Se una volta si guardava principalmente all’aspetto “festaiolo” oggi ci sono molti altri aspetti da tenere in considerazione, specialmente le leggi in materia alimentare, la burocrazia e i costi che in passato non esistevano. Infatti le sagre devono seguire le indicazioni della Regione e del Comune nel quale operano, che può decidere anche di porre dei limiti al numero e alle tipologie di manifestazione.
Forse ci vorrebbe un ritorno al passato? È necessaria una regola che vincoli le sagre ad essere strettamente legate con il territorio? Di questa opinione alcuni ristoratori che vedono concorrenza “sleale” nel proliferare di questo eventi gastronomici, soprattutto in quelli che ben poco hanno a che fare con il luogo in cui ci si trova e in cui spesso non vengono usati nemmeno ingredienti locali.
Il bello delle sagre, però, a detta della maggior parte delle persone, è sempre uno: godersi le calde serate estive all’aperto, incontrare gente, mangiare in compagnia e, ogni anno, vivere il paese dove si ripete l’evento. Per tanti, infatti, le sagre sono un appuntamento fisso ed è quasi un peccato mancarlo.
6/08/2017
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