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Opinioni

C’è tempo e tempo

Dopo la morte di Roberto Maestri, già qualcuno comincerà a pensare al domani. Io, invece, vorrei “attardarmi” ancora qualche momento, ripassandomi in mente i numerosi episodi dell’attività associativa che ho visto realizzarsi condividendoli con lui
OPINIONI - Dopo la morte di Roberto Maestri, già qualcuno comincerà a pensare al domani: come sarà l’associazione... dove avrà sede... quali indirizzi di lavoro intraprenderà... al comando di chi... È normale e umano che sia così: nell’immediato si pensa alla perdita, ma subito dopo si pensa a chi e come la sostituirà. Io, invece, vorrei “attardarmi” ancora qualche momento, ripassandomi in mente i numerosi episodi dell’attività associativa che ho visto realizzarsi condividendoli con Roberto. Ad esempio, la volta in cui ci presentammo in un paese per una conferenza stampa e ci trovammo in un cortile con più galline che pubblico. Oppure, la volta in cui andammo a Pavia, in duomo, a cercare la traduzione di un decreto in latino. Invece della traduzione, trovammo proprio il decreto, su carta pecora invecchiata ben più di mille anni. Roberto guardava il foglio, incredulo che gli venisse permesso di prenderlo in mano. Poi scattava fotografie e si girava verso di me, sorridendo come un bambino.

Ma l’episodio forse più curioso di tutti è quello che portò alla realizzazione di un breve filmato sulle terre aleramiche, che poi andò in onda su Rai 2 - Voyager - lunedì 26 marzo 2012. La cosa cominciò così: Roberto ricevette una chiamata dalla segreteria della Fondazione Cassa di Risparmio, in cui lo si pregava di mettere le risorse della sua associazione a favore della regista della trasmissione, la quale sarebbe arrivata il giorno dopo in città, con un operatore.

A quei tempi avevamo già passato i momenti critici dell’inizio. Portavamo avanti i progetti de “I marchesi del Monferrato” da quasi una decina d’anni e fra noi erano spuntate le inevitabili simpatie per questo o quel glorioso personaggio, questo o quel periodo storico di un tempo che vide i marchesi in sella per centinaia d’anni. Io, ad esempio, ero rimasto folgorato dall’Aleramo capostipite del marchesato, i cui dati salienti si perdevano nella nebbia. Fu così che, nell’illusione di trovare qualche elemento nuovo, avevo frugato molti fra i testi che parlavano di lui e avevo imparato anche molti dettagli sulla vita di quei benedetti secolo IX e X, in cui gli Aleramici stavano consolidando il loro potere. Fu per questo motivo probabilmente che, dopo aver ricevuto la telefonata della Fondazione, Roberto telefonò a me, ingaggiandomi per la spedizione Voyager.

Partimmo con un’auto e un autista della Fondazione, passammo a fare conoscenza con la regista (Roberta Romani per la cronaca) e proseguimmo verso Acqui, il luogo più “aleramico” della zona. Intanto, mentre si procedeva, la regista esponeva le sue necessità. Tra le altre, un gruppo di cavalieri, un gruppo di religiosi e e un gruppo di spettatori che avrebbero dovuto fungere da nobiluomini di Sezzadio, là dove Aleramo era stato lasciato dai genitori sassoni in pellegrinaggio per Roma ma, secondo Fra Jacopo d’Acqui dove era nato presso l’abbazia di Santa Giustina,

Non fu difficile trovare Santa Giustina o ciò che ne restava. Fu un tantino meno facile istruire le nostre comparse. I cavalieri erano tutti troppo giovani, avevano abiti moderni e una particolare predilezione per furiose galoppate. Fu difficile far loro capire che quello era un corteo diretto in chiesa e non in qualche battaglia. Quando Roberto sentiva un urlo di guerra, ridacchiava e mi faceva segno col pollice: quella è roba tua.

Problemi venero fuor anche nel merito degli abiti del corteo a piedi. Spuntavano dappertutto unghie laccate, orecchini, orologi, scarpe da ginnastica, giacche abbottonate, occhiali e chi più ne ha più ne metta.
Quando decisi di chiudere tutti nella stanza di una casa che ci faceva d’appoggio, Roberto si piazzò sulla porta e più io sbraitavo, più lui rideva.

Ci fu anche un momento particolarmente carino. Dopo aver registrato le interpretazioni e lasciati i ragazzotti, non ricordo più se quel giorno stesso o il successivo, ci trasferimmo nella zona della Benedicta, dove da una parte si poteva vedere il mare e da quella opposta si poteva avere un ottimo scorcio del paesaggio digradante del Monferrato. Poi ci trasferimmo alla chiesa di Grazzano, dove Roberto indicò alla regista la tomba dove si supponeva giacessero le spoglie di Aleramo e le spiegò dottamente il significato della lapide accanto ai due mostri che apparivano sopra il pavimento musivo.

Intanto, la regista continuava a dire che, per fare delle belle riprese ci sarebbe voluto un elicottero, ma la produzione non glielo avrebbe mai concesso. Poi, l’elicottero arrivò con l’intervento della Fondazione e le riprese viste in Voyager furono veramente bellissime.

Roberto fu un po’ perplesso dal trattamento riservatogli da Giacobbo (il conduttore), ma se ne fece una ragione perché, mi disse, “sempre di pubblicità si tratta”. In effetti, era vero. Speriamo che la sua improvvisa scomparsa non impedisca all’Associazione di prendere al volo altre situazioni del genere, così come Roberto nella sua gestione ha dato ampia prova di saper cogliere.
27/10/2018
Giancarlo Patrucco - redazione@alessandrianews.it
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