Versione stampabile   Invia articolo a un amico   Scrivi alla redazione
Opinione

La paura fa novanta: miti e leggende metropolitane sull’alluvione

“A lavò a testa a l’osi us perda l’arsì e u savon”
(A lavare la testa all’asino si consuma solo la spazzola e il sapone.
In altri termini, è inutile darsi da fare con chi non vuol capire).
Proverbio popolare di Tassarolo.


 
In un articolo pubblicato il 6 novembre 2008 su «Corriereal» (“Dighe aperte”), in occasione di un evento alluvionale che aveva comportato la chiusura al traffico del ponte della Cittadella e che cadeva in coincidenza del quattordicesimo anniversario della disastrosa alluvione del 5-6 novembre 1994, ironizzavo sulla leggenda metropolitana che ricondurrebbe la causa delle alluvioni all’apertura di fantomatiche dighe. Una leggenda che sopravvive ancora oggi, basta ascoltare i discorsi di quel nutrito gruppo di alessandrini che esorcizza la paura delle alluvioni affollando le rive del fiume e osservando lo scorrere delle acque. Poco importa che le “uniche dighe con laghi di grandi dimensioni esistenti nel bacino del Tanaro siano quelle del Chiotas e della Piastra”, i due invasi sul torrente Gesso che alimentano la centrale idroelettrica di Entracque. Per inciso, il torrente Gesso immette le sue acque nello Stura di Demonte, un affluente del Tanaro che in occasione dell’alluvione del 1994 neppure era esondato. Qualsiasi geologo, il ricordo mi porta all’amico Tiziano Rosi recentemente scomparso, ma oserei dire qualsiasi persona di buon senso, sa che gli invasi non si possono “aprire” (caso mai si possono “rompere”, come accadde alla diga di Molare nel 1932). Non solo, ma in vista di un evento alluvionale, un loro preventivo svuotamento avrebbe scarsa utilità, dal momento che richiederebbe – stando sempre al caso delle dighe citate - ben otto giorni per essere ultimato (lo svuotamento), mentre alla pioggia basterebbero meno di 24 ore per riempire quegli stessi bacini. Per quanto grande sia, una diga contiene infatti un volume di acqua percentualmente irrilevante rispetto alla quantità che cade dal cielo in occasione di eventi alluvionali, come quelli di questi giorni, che colpiscono vaste zone di territorio. Per fare solo un esempio, dagli studi effettuati dall’AIPO, i cui risultati sono stati presentati ad Alessandria dagli ingegneri Danese e Pellegrini il 4 novembre 2006, la realizzazione di un sistema di tre casse di espansione (ad Alba, ad Asti e a Rocchetta Tanaro) avrebbe unicamente l’effetto di ridurre il colmo della portata di piena ad Alessandria del 17%. Per intenderci, sappiamo benissimo (o dovremmo sapere) che la sicurezza assoluta non esiste. Tuttavia, stando ai risultati dello studio condotto dall’AIPO con il modello idraulico di Boaretto, l’abbattimento del ponte della Cittadella avrebbe consentito di aumentare la portata massima del Tanaro ad Alessandria di 460 m3/sec. Conseguentemente, la soglia di rischio sarebbe stata innalzata dai 2.850 m3/sec (la portata massima del fiume prima dell’abbattimento del ponte) agli attuali 3.200 circa. La realizzazione delle casse di espansione, cosa che tutti auspichiamo, aumenterebbe ulteriormente tale soglia fino ai 3.744 m3/sec di portata massima, vale a dire, appena al di sotto di quel livello di piena che alcuni studi stimano in un tempo statistico di ritorno in 250 anni. Con una portata superiore a quella soglia (cosa che potrebbe sempre accadere e che il riscaldamento globale concorre a rendere più probabile) le acque del Tanaro defluirebbero in tutte quelle zone che sono al di sotto della quota delle arginature (non solo quindi l’Osterietta, gli Orti e S. Michele, ma anche tutta quell’area, che comprende mezza città di Alessandria, inclusa nella fascia di inondazione per evento catastrofico prevista dal Piano per le fasce fluviali dell’Autorità di Bacino del Po). L’apertura delle dighe, quindi, non c’entra un bel niente e appartiene alla categoria delle leggende metropolitane.

Ma si sa, la paura fa novanta. E allora, quando ormai nella serata di lunedì 8 novembre sia la piena del Tanaro che quella del Po si stavano ritirando (e a monte di Alessandria il livello del fiume stava scendendo ovunque), è bastato un temporale di una certa intensità, come quello dell’altra notte, per scatenare il panico. Attorno alle cinque della mattina Roberto Nani, l’addetto alla comunicazione di Orti Sicuro, ha dovuto rispondere a numerose telefonate di cittadini che chiedevano di essere rassicurati circa il fatto che le acque del Tanaro non stessero uscendo dalle arginature. E vai a spiegare che la pioggia che cade ad Alessandria non influisce sul livello del Tanaro ad Alessandria: pur scorrendo molto velocemente (è stato stimato che le acque viaggiassero ad una velocità di circa 15 km all’ora), occorrono non meno di sette ore perché l’acqua che transita da Alba arrivi fino a noi e occorrerebbero non meno di 18 ore (a velocità costante) per percorrere i 276 km dell’intera asta del fiume.

Senza contare del panico che si scatena ogni qual volta i mezzi di comunicazione annunciano che il Prefetto ha incaricato la protezione civile di far evacuare le aree golenali. Ora è noto (ma forse non lo è e allora i mezzi di comunicazione dovrebbero spiegarlo), che le aree golenali sono state suddivise in due distinte fasce, la fascia A, che il fiume occupa in occasione delle piene ordinarie, e la fascia B, che è protetta da un sistema di arginature e che il fiume invade solo nel caso di piene straordinarie. Nel tempo, in questa seconda fascia è stata costruita qualche abitazioni rurale, i cui proprietari posseggono animali e bestiame, e la misura preventiva dell’evacuazione consente di mettere in sicurezza sia le persone che gli animali stessi. Altra cosa è la salvaguardia degli abitanti di quelle aree (come ad esempio la zona dell’Osterietta) che sono a rischio perché non sono ancora stati ultimati i lavori per la messa in sicurezza, a causa di un improvvido ricorso riguardante non tanto i contenuti sostanziali del progetto, già finanziato e pronto per essere eseguito, quanto piuttosto le procedure burocratiche. Quindi, nessuna evacuazione degli abitanti del quartiere Orti, come qualche sprovveduto ha annunciato seminando il panico tra gli abitanti meno consapevoli (ai quali, peraltro, in molti casi la nostra Associazione ha provveduto a fornire informazioni più corrette).

Infine l’onda di piena. Sia chiaro: l’«onda di piena» non è uno tsunami. A provocare danni e a seminare morte nel novembre ’94 non è stata l’«onda di piena» del Tanaro (tant’è vero che ha scavalcato attraversandolo il Tanaro in piena), bensì un’ondata provocata dallo svuotamento del bacino formatosi a monte di Alessandria, in conseguenza dell’intasamento del vecchio ponte della ferrovia (che nel frattempo è stato sostituito da un nuovo ponte con arcate più ampie). Ora, pochi prestano attenzione ai dislivelli, ma tra la quota dei binari della ferrovia e quella del piazzale antistante la parrocchia di S. Maria della Sanità agli Orti vi sono ben 13 metri di dislivello. La rottura della massicciata della ferrovia (che non era un argine, ma che adesso è protetta da un argine) ha provocato un’onda molto violenta, la cui forza distruttiva è stata accresciuta sia dalla velocità impressa alle acque dal dislivello, sia dal fango e dai detriti in esse contenuti e accumulati: un’onda che si è abbattuta sul quartiere provocando distruzione e morte.

L’«onda di piena» dei giorni scorsi, invece, al pari di quelle che si verificano ad ogni evento di una certa intensità, ha fatto registrare, dalle ore 17 di domenica 6 novembre, una crescita lenta di circa 4 cm all’ora, fino a raggiungere il colmo della portata intorno alle 14 di lunedì 7 novembre (essendo cresciuta di 85 cm in 21 ore). Non va dimenticato, però, che ogni evento possiede caratteristiche sue proprie in relazione alle diverse condizioni della Bormida (che confluisce nel Tanaro a Montecastello), nonché quelle del Po che riceve le acque di entrambi i fiumi. Non si tratta pertanto di un’onda improvvisa, come molti immaginano e temono, bensì di un lento innalzamento delle acque del fiume fino a raggiungere il livello della piena. Anche in questo caso, quindi, una più corretta informazione da parte dei mezzi di comunicazione (soprattutto quelli televisivi) avrebbe consentito (e consentirebbe in futuro) di tranquillizzare la popolazione, anziché contribuire ad allarmarla, diffondendo e propagando miti e leggende metropolitane generando ansia, preoccupazione e paura.
9/11/2011
Bruno Soro - Orti Sicuro - redazione@alessandrianews.it
Versione stampabile   Invia articolo a un amico   Scrivi alla redazione


 
blog comments powered by Disqus



La Maddalena in video
La Maddalena in video
La Barbera Incontra 2018 - Tre giorni di Musica, spettacolo, dibattiti e divertimento
La Barbera Incontra 2018 - Tre giorni di Musica, spettacolo, dibattiti e divertimento
Incendio alle Capanne di Marcarolo: le operazioni dei Vigili del Fuoco
Incendio alle Capanne di Marcarolo: le operazioni dei Vigili del Fuoco
Maddalena, visita virtuale
Maddalena, visita virtuale
La Barbera Incontra 15-16-17 giugno 2018 San Damiano d'Asti
La Barbera Incontra 15-16-17 giugno 2018 San Damiano d'Asti
Valditerra e Caffè Gel, cena gourmet
Valditerra e Caffè Gel, cena gourmet
Focaccia novese, è record!
Focaccia novese, è record!