Opinioni

Libero arbitrio e genetica schiavitù

Una volta l’idea di libertà e responsabilità, il libero arbitrio, mi sembrava piuttosto chiara, quasi ovvia, scontata. Ma col tempo le cose, in me e attorno a me, sono diventate più sfumate, incerte, labili. Libero arbitrio e genetica schiavitù.....
 OPINIONI - Una volta, quando ero ragazzo, l’idea di libertà e responsabilità, il libero arbitrio, mi sembrava piuttosto chiara, quasi ovvia, scontata, evidente. Corrispondeva al comune sentire e al “buon senso” ereditato dai genitori e dalla scuola: io compio azioni che sono frutto della mia volontà libera e cosciente e quindi sono responsabile di quello che faccio e delle sue conseguenze.  Se scavalco il parapetto del ponte Meier e mi butto nel Tanaro esercito la mia libertà e non posso lamentarmi se alla fine del salto mi bagno. La responsabilità delle conseguenze del mio gesto è mia.

Ma col tempo le cose, in me e attorno a me, sono diventate più sfumate, incerte, labili. Se fossi disperato e depresso buttandomi dal ponte eserciterei ancora la mia volontà libera e cosciente? Se fossi drogato e pensassi di poter volare, quanto sarei responsabile per il mio salto dal ponte? Qualcuno, giustamente, potrebbe dire che non sono responsabile direttamente del salto, ma di essermi ridotto in quello stato sì. Ma io potrei anche dare la colpa dei miei problemi alla famiglia, alla scuola, alla società, ai media… e la lista potrebbe continuare. Tutto e tutti hanno influenzato, anzi, condizionato la mia formazione, le mie idee, la mia vita, perché la colpa dovrebbe essere solo mia?

Nella seconda metà del secolo scorso la sociologia ha avuto un forte sviluppo e spesso ne è emerso proprio il messaggio che l’uomo è pesantemente condizionato dalla società in cui è cresciuto e in cui vive e, proprio per questo, mentre è titolare di tanti diritti, non gli si può attribuire altrettante responsabilità.
Ricordo ancora una piacevole chiacchierata fatta più di trent’anni fa all’aeroporto di Capodichino (allora lavoravo a Caserta e tornavo a casa il Venerdì sera) con un gentilissimo partenopeo a cui raccontavo la mia sorpresa nel trovare le case dei “napoletani” belle e pulitissime, mentre, appena uscivo oltre la soglia, dovevo constatare che gli spazi comuni non erano considerati appartenenti a ciascuno degli abitanti, ma a nessuno, e come tali si potevano coprire di immondizie. E il mio interlocutore ci ha tenuto a spiegarmi che “loro” erano fatti così a causa della storia: per secoli dominati da regnanti stranieri (ultimi i Savoia…), più o meno odiati, a cui facevano i dispetti buttando immondizia sul terreno del re e disobbedendo alle sue inique leggi. Inutile far notare che i Savoia se ne erano andati da quarant’anni, ma lì le cose non erano migliorate…

Ma negli ultimi decenni gli studi e le ricerche in biologia e neuroscienze stanno dando un grosso contributo sul piano medico-scientifico alla demolizione di quel che resta del libero arbitrio. In realtà si parte da una visione naturalistica del mondo, che è un presupposto implicito del metodo scientifico; di questo mondo anche l’uomo è parte e come tale può quindi essere studiato con gli stessi metodi. In sostanza è una visione completamente deterministica dell’universo e, quindi, anche dell’uomo. Il comportamento di ogni uomo è il prodotto del funzionamento del suo cervello, dei suoi miliardi di neuroni, del sangue e delle correnti che vi circolano su cui l’uomo non ha controllo. Le strumentazioni modernissime oggi disponibili permettono di registrare in tempo reale l’afflusso di sangue nelle varie parti del cervello o le correnti che lo percorrono, e con l’eccitazione magnetica si possono persino provocare nel soggetto dei movimenti che egli ritiene di aver scelto di fare. Alcuni scienziati, come Haynes, arrivano a domandarsi “Come posso chiamare una volontà mia, se non so nemmeno quando si è definita e che cosa ha deciso di fare?” e Wegner afferma “La mente crea davvero questa illusione continua perché davvero non sa che cosa causi le sue azioni… in effetti la mente non può mai davvero conoscere se stessa così bene da essere in grado di dire quali siano le cause delle sue azioni”. Haggard scrive “Sentiamo che siamo noi a decidere, ma in realtà non è vero”. E Harris dichiara:“I pensieri semplicemente spuntano nel cervello. Cos’altro potrebbero fare? La verità che ci riguarda è persino più strana di quanto possiamo pensare: l’illusione del libero arbitrio è essa stessa una illusione”. E possiamo concludere citando Cashmore “la realtà è che noi non abbiamo libero arbitrio più di una mosca o di un batterio, anzi, nemmeno di una zuccheriera”, “Ogni azione, per quanto “libera” possa apparire, riflette semplicemente la genetica dell’organismo e la storia ambientale vissuta fino all’ultimo microsecondo prima di ogni azione”.
Fortunatamente non tutti la pensano in questo modo rigido e assoluto, ma questa tendenza si sta diffondendo ed inizia qualche volta ad essere accolta anche nelle aule giudiziarie.
Finora, però, i sistemi giudiziari di tutto il mondo sono ancora basati sul principio, a volte attenuato, del libero arbitrio e quindi del fatto che ciascuno ha la responsabilità delle proprie azioni e ne paga le conseguenze quando queste violano la legge.

Ma in queste ultime settimane mi sono stupito di un modo nuovo di vedere le cose che è tacitamente emerso dal grande scandalo mondiale delle molestie sessuali alle donne nel mondo dello spettacolo. Ormai il movimento “Me Too” raccoglie migliaia di donne che in vari modi sono state oggetto di molestie nel corso della loro vita e della loro carriera e che ora, magari a distanza di decenni, sentono il bisogno di liberarsi di un peso o vedono l’opportunità di vendicarsi raccontando la loro storia.
Diamo assolutamente per scontato che la violenza, e la violenza carnale in particolare, sono da condannare in modo inappellabile.  Ma, anche a costo di diventare antipatico a qualcuno, vorrei mettere in discussione i casi, e sono molti, in cui si è trattato, invece, di molestie e di prestazioni ottenute, o estorte, con promesse o minacce riguardanti non questioni di vita o di morte, ma soltanto di carriera e di successo professionale delle protagoniste.

In molti i casi l’uomo è stato dipinto come l’orco cattivo che attira nella sua caverna la giovane ed ignara fanciulla e, grazie al suo potere di relazioni e di denaro, promette successo e felicità, o minaccia vita grama, per ottenere ciò che desidera. La cosa che mi ha incuriosito è che l’uomo è sempre rappresentato come responsabile delle sue azioni e condannato quindi al pubblico ludibrio mentre la donna viene dipinta spesso come vittima indifesa, impossibilitata dalle circostanze a rifiutarsi all’orco. Ci troveremmo di fronte ad una nuova, curiosa antropologia in cui l’uomo è dotato di libero arbitrio e la donna, invece, no.

Ma gli avvocati dei maschi avranno buon gioco a giustificare i loro clienti rappresentandoli come vittime della natura, incapaci di resistere all’ondata di testosterone causata dall’ineffabile bellezza delle loro interlocutrici e potranno tranquillamente citare Cashmore: “Ogni azione, per quanto “libera” possa apparire, riflette semplicemente la genetica dell’organismo e la storia ambientale vissuta fino all’ultimo microsecondo prima di ogni azione”. E, visto che i loro clienti cascavano piuttosto spesso in questa tentazione, potranno pure dipingerli come vere e proprie vittime di una schiavitù genetica di cui non hanno colpa, altro che libero arbitrio!

Anche se ho rispetto per le sofferenze ed i tormenti morali che alcune protagoniste hanno certamente provato, ho trovato, però, stucchevole ed ipocrita la montagna di sdegno mediatico creata attorno a questi casi. La stragrande maggioranza dei rapporti umani sono basati, purtroppo, sul do-ut-des e sono incardinati sull’egoismo dell’essere umano, è solo questione di proporzioni e si comincia già da piccoli: chi non ha mai comprato la calma di un bambino in cambio di una caramella?
1/12/2017
Marcello Favareto - redazione@alessandrianews.it