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Mondiali di Calcio 2018

Nazioni e Nazionali oltre gli Urali

Sono successe molte cose calcisticamente significative in questi due giorni, ai Campionati del Mondo. Tra queste la vittoria contro il Perù della Francia, prima delle favoritissime ad assicurarsi il passaggio agli ottavi di finale.
Sono successe molte cose calcisticamente significative in questi due giorni, ai Campionati del Mondo. Alla prima, in ordine di tempo, abbiamo assistito dal vivo nello stadio di Ekaterinburg: la vittoria contro il Perù della Francia, prima delle favoritissime ad assicurarsi il passaggio agli ottavi di finale.
Sono una squadra che dà da pensare, i Bleus. Si affermarono come i campioni di uno sport multietnico ai mondiali casalinghi del 1998, suscitando l’entusiasmo di molti intellettuali, tra cui Eric Hobsbawn, che scrisse: “Beata la terra che, come la Francia, si è aperta all’immigrazione e non contesta l’etnicità dei suoi cittadini. Beata la terra che è fiera di poter scegliere per la sua nazionale tra africani e afrocaraibici, berberi, celti e figli di immigrati iberici e di europei dell’Est. Beata non solo perché questo le ha permesso di vincere il Campionato del mondo, ma perché oggi i francesi – non gli intellettuali e i principali oppositori del razzismo, ma le masse, che dopotutto hanno inventato e ancora incarnano la parola <<sciovinismo>>, hanno dichiarato che il loro miglior calciatore, figlio di musulmani immigrati dall’Algeria, Zinedine Zidane, è il <<più grande francese>>”.

Siamo sicuri che anche Emmanuel Macron non veda l’ora di alzare un trofeo politicamente corretto, sbattendolo in faccia prima di tutto ai populisti nostrani, che al Mondiale nemmeno ci sono. Le contraddizioni francesi sono però evidenti, anche nel calcio: sulla in panchina ha sempre seduto infatti un francese docg, secondo un modello tipicamente coloniale, che presuppone l’incapacità dei colonizzati, se pur dotati di cittadinanza, di governarsi da soli e di gestirsi tatticamente. Un autentico stereotipo razziale, dove il pied noir è inservibile senza il cervello dell’uomo bianco. Una credenza così radicata che solo una delle nazionali dell’Africa sub sahariana è allenata da un non europeo: il Senegal, che forse per questo è quella che ha meglio figurato, battendo l’autorevole Polonia.

E forse per questo si dice, con grande fastidio di Didier Deschamps, che dopo il Mondiale il nuovo CT transalpino sarà proprio Zinedine Zidane. Ma potrebbe non bastare. Se le nazionali di calcio hanno per decenni rappresentato il surrogato dei conflitti sanguinosi del Secolo Breve, oggi la retorica sulle nazioni sembra tracimare dalle controllate gradinate degli stadi per dilagare di nuovo nei palazzi del potere, dove si sprecano i richiami a “italiani” e “francesi” come quando si parlava di perfida Albione.

Qui, oltre gli Urali, assistiamo alla dimensione teatrale dello sport, che mette in scena i destini degli uomini e i loro imprevedibili intrecci. Il mito dei Bleus nacque infatti, come racconta Stefano Bizzotto nel suo bel libro di aneddoti calcistici ‘Il giro del mondo in una coppa’, con la doppietta di Lilian Thuram che ribaltò la Croazia. E proprio questa nazionale, erede dell’ultima mattanza delle nazioni europee, ha affermato, con la sua vittoria sull’Argentina del triste e solitario Messi e del lombrosiano allenatore Sampaoli, che tra i favoriti per la vittoria finale ci sono loro, interpreti di un calcio cattivo e tecnico. Sempre che siano riusciti a lasciare alla Serbia quel tratto di incostanza che impedì al meraviglioso calcio jugoslavo di conquistare gli allori che avrebbe meritato, prima di scomparire nell’odio delle nazioni.

Dasvidania, tovarishes.

23/06/2018
Simone Farello
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