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Intervistando la storia

Nobile e martire della carità: il vescovo Princivalle Fieschi

Due papi, Innocenzo IV e Adriano V, figure di spicco nella storia ecclesiastica come il cardinale Luca, vostro parente, sepolto a Genova nella Cattedrale di San Lorenzo: per i Fieschi vale veramente il detto “tutti casa e Chiesa”
INTERVISTANDO LA STORIA - A febbraio abbiamo concluso l’intervista al vescovo Tiberio Torriani con le parole di ammirazione per il suo successore: ora, mentre mons. Vittorio Viola continua la visita pastorale alle parrocchie della zona di Novi Ligure, grazie alle ricerche di mons. Clelio Goggi e di mons. Sergio Pagano, possiamo conoscere il vescovo Princivalle Fieschi.

Due papi, Innocenzo IV e Adriano V, figure di spicco nella storia ecclesiastica come il cardinale Luca, vostro parente, sepolto a Genova nella Cattedrale di San Lorenzo: per voi Fieschi vale veramente il detto “tutti casa e Chiesa”.
E’ vero, se voi intendete “casa” nel senso più ampio del termine, come cura degli affari temporali e non solo spirituali. La famiglia Fieschi, con le sue diramazioni tra Genova, la Riviera di Levante e il suo entroterra, la Valle Scriva e Roma, è stata veramente protagonista della storia di questo territorio e non solo, fino alla congiura del 1547.

Perché vescovo a Brescia? Non è una diocesi un po’ fuori mano?
E’ vero, ma nel 1317 occorreva un vescovo super partes perché il mio predecessore, il bresciano Federico Maggi, si era schierato a capo di ghibellini della città, appoggiando l’imperatore Lodovico il Bavaro.

Poi, nel 1325, lo “scambio di sede” con Tiberio Torriani.
Sì: riuscii a completare la sua opera di pacificazione, definendo con precisione limiti e competenze del potere comunale e di quello del dominio feudale del Vescovo di Tortona, detto “il Vescovado”. Questo mi mise in buona luce con il Papa, che mi nominò delegato apostolico per dirimere controversie riguardanti, ad esempio, l’Arcidiocesi di Genova.

Voi siete stato ricordato anche per un aspetto della storia della scienza?
E’ vero. Sono stato io il primo vescovo di Tortona ad autorizzare l’uso degli occhiali durante la celebrazione della Santa Messa, a patto che non fossero indossati all’ingresso sull’altare, nel rivolgersi al popolo con il Dominus Vobiscum, e che non fossero utilizzati alla presenza del Santissimo Sacramento, dalla consacrazione in poi. La gente era restia ad accettare questa novità e, non volendo alimentare scandalo, ne prescrissi l’uso solo quando indispensabile.

Qualche momento difficile?
Sì, quando nel 1330 papa Giovanni XXII scagliò contro Tortona, città guelfa, un “interdetto”, una specie di “scomunica collettiva” che vietava la celebrazione dei riti religiosi nell’intera città, per aver fatto accordi con Pavia, città ghibellina e anti-papale: in realtà si trattava solo di un acquisto di grano che a Tortona mancava! Provai a far capire l’assurdità di questa decisione, ma riuscii solo ad ottenere che venisse mitigata con una sospensione dell’interdetto, ma solo per Natale e Pasqua, e dal 1333. Quando, nel 1340, Tortona sopportò eroicamente l’attacco dei ghibellini capitanati dai Visconti di Milano, papa Benedetto XII (di nome, e di fatto), capì l’assurdità compiuta dal suo predecessore, e tolse finalmente l’interdetto.

Poi arrivò la peste del 1348: perché non vi siete rifugiato nelle colline del Vescovado oppure nel castello di Sorli, di diritto vescovile?

Mi ricordai del “Quo vadis” e, seguendo l’esempio di San Pietro, non mi sottrassi al pericolo del contagio, andando a visitare i malati fin dentro le loro case. La peste non mi diede scampo ma, come sta scritto nel Vangelo di Luca, “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà”.
10/04/2018
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