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L'opinione

Perché gli “asini al potere”

“Chi di gallina nasce, convien che razzoli”. Disfacimento di capitale umano e politica senza politici: un'analisi dell'attuale situazione italiana
“Chi di gallina nasce, convien che razzoli.”
Proverbio, presumibilmente di origine veneta,
rintracciabile anche su Internet (http://www.proverbi-italiani.com),
riferitomi da persona degna,
“usato quando si vuole evidenziare che, spesso, l'ambiente familiare in cui
qualcuno è cresciuto ha influito in modo decisivo
sui suoi difetti e sul modo di comportarsi.”

Coltivo l’abitudine di accumulare ritagli di articoli sui quotidiani che poi rileggo in un secondo tempo, specie quando debbo scegliere l’argomento su cui scrivere. Tre commenti mi hanno colpito negli ultimi tempi: due contenuti nel “Memorandum”, la rubrica sul Domenicale del Direttore de Il Sole 24 Ore Roberto Napoletano e la terza, sempre sullo stesso quotidiano, ma nella rubrica “L’Officina” di Stefano Folli. Il 18 marzo scorso, a conclusione del suo commento dedicato a “La lezione del mondo e il nostro capitale umano”, Roberto Napoletano scriveva: “Nessun paese può sopravvivere al disfacimento del suo capitale umano”. Lo stesso giorno e sullo stesso quotidiano, Stefano Folli, a conclusione del suo intervento su “Più politici, meno prof”, scriveva che “nessun paese può vivere a lungo senza un tessuto politico aderente alla realtà”. Infine, sulla rubrica del 1° aprile, richiamando dalla memoria quanto ebbe a confidargli il professor Romano Prodi in merito alla caduta del suo secondo Governo, il Direttore de Il Sole 24 Ore iniziava il suo commento con la seguente affermazione di Prodi: “Nessuno ha mai inventato una politica senza i partiti, è impensabile una società senza i partiti”. Pensando a quanto sta accadendo circa le notizie di reati connessi al finanziamento pubblico dei partiti apparse in questi giorni sulla stampa quotidiana mi vengono i brividi.

L’accordo siglato dai segretari dei tre partiti che sostengono il “governo dei tecnici” – a mio avviso un governo “politico” oggettivamente di destra – desta infatti non poche perplessità e contribuisce ad allargare (se possibile) il fossato tra la politica e la società civile. I punti salienti su cui si basa quell’accordo sono la certificazione dei bilanci da parte di società di revisione esterne e l’istituzione di una Commissione per la trasparenza ed il controllo dei bilanci presieduta dal Presidente della Corte dei Conti (che avrà peraltro il compito di rendicontare i bilanci relativi all’esercizio 2011). A parte il fatto che nulla si dice in merito ai fondi percepiti nel passato di cui solo un quarto destinati a coprire le spese elettorali, sostenere, poi, come altri fanno, che occorre semplicemente abolire l’attuale forma di finanziamento ai partiti non risolve il problema. Poiché in Parlamento siedono deputati e senatori designati dalle segreterie dei partiti, essi troverebbero immediatamente, come è già accaduto, un nuovo escamotage per ripristinare sotto altre forme un qualche meccanismo di finanziamento con denaro pubblico. L’atteggiamento nichilista, infine, di coloro che, schifati dell’attuale situazione, dichiarano che alle prossime elezioni non andranno a votare, rischia di essere un rimedio peggiore del male, dal momento che le sorti della nostra democrazia verrebbero affidate a quella ristretta percentuale di elettori che si sarà recata alle urne e che avrà buon gioco a decidere per tutti. Come se ne esce?

Impostato in questi termini, il problema del finanziamento pubblico ai partiti, che attiene alla quantità, al modo in cui i finanziamenti si raccolgono e a come si gestiscono, elude, a mio avviso, la questione più importante: quella che il finanziamento pubblico influisce in maniera rilevante sulla selezione del personale politico e quindi sulla sua qualità. Posto che con la legge attuale i rimborsi elettorali sono parametrati ai cittadini iscritti nelle liste elettorali della Camera dei Deputati, per cui sono indipendenti da quanti poi si recheranno a votare, fino a quando un fiume di denaro pubblico viene riversato su gruppi di cittadini in molti casi organizzati attorno a partiti sempre più personalizzati e a prescindere dalla maniera in cui il denaro è “guadagnato” in termini di fiducia degli elettori, la corruzione è pressoché inevitabile. Viene meno, in questi caso, il concetto di accountability, un concetto che in economia, ma anche nel linguaggio politico, viene accomunato all’arte del governo della cosa pubblica, la cosiddetta governance, e sta ad indicare l’assunzione di responsabilità nei confronti di coloro dai quali proviene il consenso ad esercitare una qualche funzione in loro vece. Qualche esempio può servire a chiarire la questione. Chi suda il denaro che guadagna con il lavoro difficilmente è portato a sprecarlo, ma il provento di una consistente vincita ad una lotteria verrà speso o affidato ad altri con minore oculatezza. Così, se uno riveste, poniamo, la carica di sindaco, e non deve rendere conto a nessuno del modo con cui gestisce le risorse, egli sarà maggiormente indotto a sorvolare sull’accountability (nominando ad esempio, come è accaduto in realtà a noi vicine, un becchino nel consiglio di amministrazione di un’azienda comunale di servizi - non funerari - solo perché il suo nome gli è stato indicato da una minuta fazione della maggioranza che lo sostiene). Se, per contro, devo chiedere a chi mi finanzia un contributo nella forma, poniamo, dell’8 o del 5 per mille, debbo dimostrare, nei fatti, che merito la fiducia che mi viene accordata e cercherò di farmi rappresentare da persone in grado di fare accrescere la stima che i finanziatori ripongono in me. Il meccanismo, che è basato sulla fiducia, non è perfetto. E’ vero infatti che la Chiesa cattolica, in quanto istituzione, è risultata implicata in reati anche gravi, ma nel complesso merita la fiducia di molti contribuenti (tant’è vero che in molti destinano ad essa l’8 per mille). Si può discutere se sia giusto o sbagliato destinare alla Chiesa cattolica l’8 per mille, o fare le pulci su come il contributo viene utilizzato, come fa Curzio Maltese nel suo “La questua” (Feltrinelli, 2008). Ed è altrettanto vero che un lestofante ha sottratto cifre rilevanti (con la promessa di ottenere elevati rendimenti) ad importanti personaggi romani del calcio e dello spettacolo. Tuttavia esso consente il ravvedimento: se uno ritiene di avere sbagliato la sua scelta la volta successiva starà più attento.

Nel caso del finanziamento ai partiti politici, poi, occorre prestare attenzione a che la percentuale sottratta dalle imposte dei singoli contribuenti non confluisca in un generico “fondo di finanziamento ai partiti”, ma dovrà prevedere la possibilità di devolvere il proprio contributo al partito A oppure a quello B o a un qualsivoglia altro partito, mettendoli così in competizione tra di loro sul grado di fiducia che ispirano. E non è affatto detto che con questo meccanismo i partiti più piccoli siano sfavoriti: il caso della Chiesa Valdese insegni.

Sono pertanto contrario al finanziamento pubblico ai partiti nelle forme con le quali fino ad ora si è manifestato, si chiami esso “finanziamento” oppure “rimborso” e condivido le preoccupazioni espresse dal direttore de Il Sole 24 Ore circa “il disfacimento del capitale umano” e da Stefano Folli in merito “al crescente distacco della politica dalla realtà”, distacco in gran parte conseguenza del modo con cui sono stati fino ad ora finanziati i partiti. Mentre condivido l’opinione di Romano Prodi sulla impossibilità di una società senza i partiti, resto scettico sul fatto che l’attuale classe politica sia capace di invertire la tendenza al crescente distacco dei cittadini dalla politica. Almeno fino a quando la mancanza di accountability incentiverà la selezione perversa dei peggiori, contribuendo a far crescere l’esercito degli “asini al potere” e ad allontanare i tecnici e le persone per bene (salvo poi chiamarli in causa in stato di necessità). Attraendo, per contro, tutti quei personaggi che, in virtù del nome che portano (the family) o della gratitudine dovuta a chi ha fatto loro ottenere (o ha loro promesso) un reddito che non sarebbero mai stati capaci di guadagnare in base alle proprie capacità, occupano posti di responsabilità ai vari livelli della politica. I nomi fateli voi.
 
13/04/2012
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