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Opinioni

L’Europa a più velocità

È bastata una frase di Angela Merkel perché la prospettiva dell’Unione europea a più velocità, che aleggia da più di un ventennio, riprendesse prepotentemente quota nel dibattito sul futuro dell’integrazione. E fosse interpretata da qualcuno come l’anticipazione di una frattura interna all’Eurozona, destinata a separare definitivamente il destino dei paesi virtuosi, capitanati dalla Germania....
 OPINIONI - È bastata una frase di Angela Merkel perché la prospettiva dell’Unione europea a più velocità, che aleggia da più di un ventennio, riprendesse prepotentemente quota nel dibattito sul futuro dell’integrazione. E fosse interpretata da qualcuno come l’anticipazione di una frattura interna all’Eurozona, destinata a separare definitivamente il destino dei paesi virtuosi, capitanati dalla Germania, da quello dei popoli viziosi di cui pullula l’Europa mediterranea.

In realtà, il ragionamento della cancelliera – quanto meno a livello ufficiale, poiché sulle reali intenzioni di una parte della classe dirigente tedesca non metteremmo la mano sul fuoco – si riferiva all’Ue nel suo insieme e non a politiche specifiche. È peraltro acclarato che già oggi alcuni Stati membri non partecipano a settori chiave dell’integrazione europea, come la moneta unica o la libera circolazione delle persone attraverso le frontiere interne. E il previsto congedo della Gran Bretagna, principale ma non esclusiva responsabile di questa intricata situazione, non risolverebbe di per sé la questione.

L’intervento di Merkel, anche perché rivolto all’imminente celebrazione del 60° anniversario della firma Trattati di Roma, può costituire l’occasione per affermare con nettezza che, alla luce dei molteplici segnali registrati negli ultimi anni, l’ipotesi di 27 Stati membri coinvolti nel progetto europeo con identico trasporto è fuori dalla realtà. Sarebbe invece nell’interesse di tutti – degli euroentusiasti come degli euroscettici – accettare il principio dell’Unione differenziata, senza rifugiarsi nelle contorsioni e ipocrisie verbali che accompagnano un disordinato affastellarsi di eccezioni e concessioni individuali.

Converrebbe approfittare della solenne ricorrenza anche per provare a chiarire i risvolti più nebulosi della formula dell’Europa a più velocità, tanto affascinante quanto indeterminata. Nell’invocarla, si pensa alla distinzione coerente fra gruppi di paesi caratterizzati da diversi livelli di integrazione, magari disegnati intorno a un nucleo compatto coincidente con l’Eurozona, o si vuole invece preludere a un’Europa à la carte, ridotta al diritto soggettivo di ciascuno Stato a scegliere le politiche cui aderire? È evidente che solo la prima opzione consentirebbe all’Unione di conservare una qualche strutturazione, benché decisamente articolata al proprio interno. E, in tal caso, con quali criteri stabilire la collocazione di ciascun paese, assicurando la sua libertà di autodeterminazione e, nel contempo, la credibilità complessiva della nuova costruzione?

Più che i mezzi, tuttavia, l’incognita principale riguarda la finalità di questo rilancio. Per incidere in misura significativa, esso dovrebbe ragionevolmente riproporre l’orizzonte federalizzante che era nella mente dei fondatori a metà Novecento. Con l’avvertenza, questa volta, di non presentarlo come la meta ineluttabile cui tutti gli Stati membri, prima o poi, dovranno approdare. Ma, piuttosto, come un impegno concreto e vincolante solo per i paesi che manifestino, con una limpida decisione politica, la disponibilità a percorrere fino in fondo la strada della piena integrazione. Assaporandone i consistenti benefici e sopportandone gli inevitabili oneri.
19/02/2017
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